IL MITO DELLA CAVERNA
Secondo il mito della caverna gli esseri umani sono come prigionieri
incatenati fin dalla nascita in una caverna e costretti a guardare verso
la parete di fondo,volgendo le spalle all'entrata. Dietro di loro la
caverna si apre verso la luce,con un fuoco che brucia a una certa
distanza. Tra il fuoco e i prigionieri vi è un muricciolo, dietro di
esso passano delle persone che portano statue,figure di animali, vasi ed
altri oggetti,facendoli sporgere al di sopra del muretto. I prigionieri
vedono solo le ombre di tali oggetti proiettate sul fondo della
caverna.
Poniamo però il caso che uno di essi, liberato dalle catene, fosse
costretto ad alzarsi e a camminare volgendo gli occhi verso la luce. In
un primo momento sarebbe ancora portato a ritenere che la vera realtà
siano le ombre, e non gli oggetti che ora vede confusamente a causa
dell'eccessivo chiarore della luce.
Se poi fosse spinto all'uscita della caverna, certamente soffrirebbe per
l luce abbagliante del sole. L'unico rimedio sarebbe quello di
adattarsi gradualmente alla nuova visione: dopo le ombre, egli dovrebbe
guardare le immagini delle cose riflesse nell'acqua e poi le cose
stesse. Successivamente, quando i suoi occhi si fossero abituati meglio
alla luce, potrebbe guardare la luce degli astri,la luna e il cielo di
notte. Soltanto alla fine potrebbe provare a guardare il sole.
Il lungo percorso compiuto verso la luce gli farebbe riconoscere il sole
come signore del mondo visibile e causa di tutte quelle cose di cui
nella caverna
lui e i suoi compagni non vedevano che l'ombra, considerandola verità.
Una volta che si fosse adattato a sostenere la luce del sole, avrebbe
difficoltà a ritornare nell'oscurità, presso gli uomini incatenati.
Nonostante ciò il prigioniero liberato dalle catene riscende nella
caverna per salvare i compagni dall'ignoranza e farli partecipi della
verità che ha potuto contemplare. Quando egli dirà loro che si sbagliano
nel giudicare le ombre come verità, subirà lo scherno e
l'incomprensione di tutti i prigionieri.

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